Gli Emirati Arabi Uniti stanno assumendo una postura più assertiva nei confronti dell’Iran, segnando un cambio rispetto alla tradizionale prudenza diplomatica del Golfo verso un approccio più apertamente strategico, spinto da crescenti sfide in ambito di sicurezza ed economia.
Questa ricalibrazione segue una serie di attacchi con missili e droni, oltre a interruzioni nelle principali rotte marittime. Tali eventi hanno trasformato quello che era un rischio geopolitico gestibile in una minaccia diretta al modello economico degli Emirati. Abu Dhabi ha chiarito che un cessate il fuoco temporaneo non sarebbe sufficiente senza affrontare questioni più ampie legate alle capacità militari e al ruolo regionale dell’Iran.
La posizione è stata espressa con chiarezza dall’ambasciatore degli Emirati a Washington, Yousef Al Otaiba, che ha sottolineato la necessità di un approccio più ampio alla sicurezza regionale.
Un modello economico sotto pressione
A differenza di altre economie del Golfo ancora fortemente dipendenti dagli idrocarburi, la strategia di crescita degli Emirati si basa su commercio, logistica, finanza e turismo. Questo modello diversificato li rende particolarmente vulnerabili all’instabilità delle rotte marittime, soprattutto nello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita in tempo di pace una quota significativa del petrolio e del gas naturale liquefatto globali.
Gli sviluppi recenti hanno messo in luce diverse vulnerabilità immediate. Le interruzioni nel traffico marittimo hanno causato ritardi e un aumento dei costi assicurativi, indebolendo il ruolo di Dubai come hub di riesportazione. Allo stesso tempo, l’aumento del rischio geopolitico sta incidendo sulla fiducia degli investitori, con possibili ripercussioni sui flussi di capitale verso il settore immobiliare e le infrastrutture. Anche il turismo, altro pilastro fondamentale dell’economia, inizia a risentirne, poiché le preoccupazioni per la sicurezza frenano la domanda di viaggi nel breve periodo.
Nel complesso, queste pressioni mettono alla prova l’ambizione di Abu Dhabi di affermarsi come centro regionale stabile per gli affari – un elemento chiave della sua visione di lungo periodo per il dopo-petrolio.
Deterrenza senza escalation
Il tono più duro degli Emirati ha anche una chiara funzione di segnalazione. Avvicinandosi maggiormente agli Stati Uniti e, implicitamente, a Israele dopo gli Accordi di Abramo, Abu Dhabi si inserisce in un quadro di sicurezza più ampio volto a contenere l’influenza iraniana.
Tuttavia, gli analisti evidenziano limiti strutturali. Gli Emirati non dispongono del peso militare necessario per influenzare in modo decisivo un confronto diretto, e il loro approccio resta quindi calibrato, piuttosto che escalation.
Questa strategia funge da avvertimento per Teheran, da rassicurazione per l’opinione pubblica interna in un contesto regionale instabile e da strumento per rafforzare la propria immagine di partner di sicurezza attivo a livello internazionale. Una posizione che ha trovato consenso in alcune aree di Washington, soprattutto negli ambienti più interventisti, ma che comporta anche il rischio di un aumento delle tensioni con l’Iran.
Tra confronto e pragmatismo
Nonostante il tono più duro, è improbabile che gli Emirati mantengano a lungo una linea esclusivamente conflittuale. I legami economici tra Emirati e Iran restano significativi. Dubai rappresenta da tempo un nodo commerciale cruciale per gli scambi iraniani – anche nei periodi segnati da sanzioni internazionali.
Per i decisori di Abu Dhabi, la crisi attuale mette in luce un dilemma persistente: l’Iran rappresenta una seria sfida alla sicurezza, ma conserva anche la capacità di perturbare il commercio marittimo e i flussi energetici globali a costi relativamente contenuti. Un disimpegno totale risulta quindi difficile e economicamente indesiderabile.
Guardando al futuro, emergono diverse possibili traiettorie per gli Emirati e la regione del Golfo. Una prevede una maggiore regionalizzazione degli sforzi di sicurezza, con un coinvolgimento più ampio dei Paesi del Golfo nelle operazioni marittime nello Stretto di Hormuz. Un’altra punta su una diversificazione economica accelerata verso settori meno esposti ai rischi geografici, come i servizi digitali e la finanza. Una terza ipotesi riguarda una ripresa selettiva del dialogo con l’Iran attraverso canali diplomatici più discreti una volta attenuate le ostilità, riflettendo un approccio pragmatico basato su interessi economici condivisi.
Per gli Emirati, l’obiettivo non è ottenere un esito decisivo del conflitto, quanto piuttosto ristabilire un certo grado di prevedibilità nel proprio contesto operativo.
Rapporti con l’Ucraina e controversia sulla disinformazione
In questo contesto, gli Emirati stanno anche ampliando le proprie partnership internazionali. Nei prossimi giorni l’Ucraina dovrebbe firmare un accordo di cooperazione decennale con gli Emirati, dopo intese simili con Arabia Saudita e Qatar. L’intesa dovrebbe includere la produzione congiunta di armamenti e la cooperazione nel settore energetico.
Nel frattempo, una notizia diffusa da fonti militari iraniane secondo cui un magazzino contenente sistemi ucraini anti-drone sarebbe stato colpito a Dubai è stata fermamente smentita da Kyiv. Il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino, Heorhii Tykhyi, ha definito la notizia falsa, dopo che l’agenzia iraniana Fars aveva sostenuto che la struttura fosse collegata al supporto alle forze statunitensi e appartenesse all’Ucraina.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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